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26/02/2015

L'usabilità entra nella fase della maturità

[di Maurizio Boscarol]

Abbiamo ricordato 16 anni fa, quando questo sito è nato, che l’usabilità era una disciplina nata negli anni ’70, relativamente giovane.
Dopo 16 anni, possiamo dire che sia entrata nella sua fase di maturità, almeno nel mondo anglosassone. Guardiamo il seguente grafico:

Questo grafico riporta l’andamento della menzione del termine “usability” nella banca dati di articoli e testi di tipo tecnico-scientifico digitalizzati da un’associazione americana, l’American Computer Machinery, o ACM, che si occupa di informatica a tutto tondo. Le menzioni non sono rappresentate in valore assoluto, naturalmente, ma in rapporto al numero di articoli o testi prodotti in ogni decade. Infatti la produzione di articoli in generale è andata via via aumentando, come risulta dalla tabella più sotto, ma ciò che ci interessa è il progressivo aumento relativo di interesse nel campo dell’usabilità sul totale. Questo ci consente infatti di stimare l’interesse dei professionisti rispetto a questa materia.

Dopo una crescita lenta fino a tutti gli anni ’80, è proprio tra gli anni ’90 e i 2000 che si assiste ad un rapido incremento di popolarità di questo termine, a riflettere il fatto che si sia diffusa proprio grazie al web (e al lavoro di divulgazione portato avanti da Jakob Nielsen). Fino al 2010 l’aumento è stato vorticoso, quella che in termini di ciclo di vita di un prodotto o servizio potremmo chiamare la fase della “crescita”. Negli ultimi 5 anni, pur mantenendosi elevata, tale crescita è leggermente rallentata, a suggerire per l’appunto che l’usabilità stia entrando nella sua fase di “maturità”. Questo significa che ci aspettiamo che venga utilizzata di più, e in tutti i tipi di siti e di prodotti, anche nel mobile.

AnniArticoliTotalepercentuale
70-7938375270,10%
80-893751628690,23%
90-9929594752700,62%
00-093113710139223,07%
10-15 (parziale)293196333634,63%

I dati da cui è tratto il grafico in alto.

E l’Italia?

Questo è lo specchio del mondo anglosassone, che potrebbe non rispecchiare l’andamento italiano. Nella migliore delle ipotesi, qui siamo in ritardo di qualche anno, quindi in piena fase di crescita. L’interesse che il mondo pubblico sta mostrando verso queste tematiche (anche con l’iniziativa del protocollo eGLU 2.0, che sto seguendo assieme ad alcuni colleghi per conto del Dipartimento della Funzione Pubblica), o l’interesse che le tecniche user-centered (o human-centered secondo l’accezione più ampia data recentemente) riscuotono nel più generale contesto della User eXperience, fanno ritenere che l’usabilità abbia ancora molti margini di crescita, in Italia.

Come può questa disciplina maturare, anche in Italia?

Per esempio, diventando professionalmente più esigente. I test informali devono rimanere il fulcro delle nostre attività, anche perché sono utili in fase di progetto. Ma è bene iniziare a sintetizzare le prestazioni degli utenti anche con metriche quantitative, che ci aiutino a vedere l’usabilità (in particolare i test e i questionari) non solo come uno strumento qualitativo (quale è e rimane) indispensabile per capire cosa modificare in un sito, ma anche come un modo per raccogliere misurazioni sull’esperienza dell’utente.

Quantificare l’esperienza utente significa non pensare a un sito solo in termini di “difetti”, di modifiche da fare, ma misurarne la percezione di usabilità, la gradevolezza, il tasso di efficacia. E tenerlo d’occhio nel tempo.

Insomma, la maturazione che qui da noi ancora manca è quella verso una professione più rigorosa, tecnicamente più evoluta, con strumenti che “parlino” di più, con risultati anche quantificabili, e che offra il proprio contributo unico (che nessun altro onestamente può dare, nemmeno le analytics o il SEO) alle altre professioni del web. Facendoli percepire per il valore che offrono.

Sarà la missione dei prossimi 16 anni…

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