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26/01/2015

Il vero problema di Verybello.it non è Verybello.it

[di Maurizio Boscarol]

Da un paio di giorni il brutto sito www.verybello.it (calendario di eventi culturali a margine dell’Expo 2015) è criticatissimo sui social. E con buone ragioni: il progetto di comunicazione è patetico, l’uso dell’italiano maccheronico in funzione scioccamente autoironica tradisce, come dice Mantellini, che i peggiori stereotipi su noi stessi ce li siamo tutti meritati. Il font è orribile, i colori tristi.

Ed è mediocre anche la realizzazione: animazioni che scattano spostando il contenuto del viewport rispetto a dov’era l’utente (provate ad aprire e chiudere una scheda), ricerca a pseudofaccette — di suo già sempre critica per l’usabilità — che infatti ha problemi di usabilità: filtri che non funzionano (provate a cercare gli eventi in una città, ad esempio Milano, poi cambiate la città, ad esempio Venezia: nulla); messaggi inesistenti quando il risultato è vuoto. E il messaggio “Sito ottimizzato per browser di ultima generazione” in grigio lamè su bianco evoca vecchi developer che non avendo capito il senso degli standard credono di fare i geek rivelando ignari la loro impotenza.

D’accordo: il sito è l’ennesimo brutto prodotto promozional-cultural-turistico, annunciato in pompa magna e pagato più del dovuto. E i nostri siti pubblici sono su una brutta china ormai da anni. Ma perché questo continuo declino del web italiano?

Il primo riflesso è prendersela con le aziende che realizzano tutto questo. Pensare che sia un problema di economia relazionale, di amici degli amici. Ok, indubbiamente in molti casi questo è parte del problema. E fa ancora più tristezza vedere che una recente lobby istituzionale capeggiata da Riccardo Luna, si è candidata a correggere gli errori del sito.

Assistiamo a lobby che provano a combattere altre lobby, pensando che il problema sia la maggior o minor competenza tecnico-professionale, ma che comunque l’essere lobby non si possa evitare. Va tutto molto bene, ci prendiamo i popcorn e assistiamo.

Ma il punto è tristemente un altro. Davvero crediamo che il problema siano le scarse competenze delle aziende che realizzano questo o quel sito? Davvero non vediamo che se le cose si ripetono uguali da anni, inanellando imperterrite flop, derisioni, sprechi di denaro pubblico, e nuove norme sulla qualità (teorica) dei siti web, sulla trasparenza, sull’accessibilità, senza che niente di tutto questo furore normativo traspaia in termini di qualità del prodotto, davvero non vediamo che, senza assolvere i cattivi sviluppatori, il problema deve necessariamente risiedere prima di tutto altrove? Attenzione perché il problema non riguarda nemmeno solo il pubblico: non è che il nostro web per i privati sia poi tanto migliore, eh. E allora? Allora deve essere per forza un problema di svilluppatori, no?

Boh. Io per lavoro di aziende ne vedo tante, diverse fra di loro, e dentro ci trovo quasi sempre gente con solide competenze e con voglia. Ma, sempre più spesso, queste persone le vedo anche molto frustrate. Avvilite, quasi, dal non poter lavorare come credono sia giusto. Al netto della normale frustrazione professionale che esiste in ogni settore, il fenomeno è aumentato negli ultimi anni. E mi ha convinto che il problema non sia lì. Anzi, il modo con cui molte aziende sono costrette a lavorare è un sintomo.

E allora (bis)? Sbaglierò, ma secondo me il problema ha un nome e un cognome. Il nome è classe. Il cognome è dirigente. La nostra classe dirigente, intendendo con essa i politici, i manager di più alto livello, ma anche i piccoli o grandi imprenditori privati, coloro che spostano i soldi, prendono le decisioni, decidono sulle opzioni, sia strategiche che tattiche, questa classe è (in larga maggioranza) digitalmente analfabeta. Non ha la più pallida idea di cosa sia un sito, non ha idea di a cosa serva, non ha idea di come si giudichi. Un po’ perché il web non lo frequenta. Un po’ perché non ne ha mai avuto bisogno. Un po’ perché è figlio di una politica e di un’economia relazionali, dove contano altre competenze, dove nessuno paga per gli errori, al massimo cambia poltrona. O, nel settore privato, non si è aggiornato abbastanza, perché occupato, magari, a far andar avanti l’azienda.

Il web lo conosce per sentito dire, magari proprio da consulenti, magari quelli che ora si propongono di “riparare” il sito (o magari altri, quelli che questa classe dirigente reputa più affidabili), che gli raccontano una versione entusiastica, apologetica del web. O che usano alcuni tecnicismi con i quali han buon gioco a dar l’idea di grande competenza. E non hanno alcun interesse, essi stessi, di parlare di key performance indicator. Di dire che il web è una delle cose più valutabili che esistano, perché abbiamo tutti i numeri, perché possiamo fare milioni di test di tutti i tipi, e se solo stabilissimo gli indicatori giusti, in un paio di iterazioni vedreste come cammina il web italiano. Ma, certo, bisognerebbe inchiodare tutti a questi indicatori. Far parlare numeri, risultati. Certo, anche dei siti di immagine. Perché mica il fatturato o le transazioni economiche sono l’unico modo in cui si può valutare il sito. E il buzz negativo sui social è solo uno dei tanti indicatori. Non certo l’unico.

I decisori, la classe dirigente, mal consigliata da persone che pensano giustamente a mettere al sicuro la propria posizione, determina bandi e criteri di valutazione. Se questi non ci sono o sono sbagliati, chi potrà mai rischiare niente? I siti rimangono per questa classe dirigente un’operazione di comunicazione, non tarata sulle esigenze di chi deve usare il sito, ma sulle tempistiche di un evento. E anche se come comunicazione falliscono, pazienza, la realtà, il potere, la vita vera sono altrove. Al massimo facciamo un’altra legge di obbligo di pubblicazione di qualcosa, facciamo diventare #trasparenza trending topic, e ci mettiamo a posto per un altro giro.

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