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30/10/2008

Facebook e la psicologia dei social network

[di Maurizio Boscarol]

Ma Facebook è davvero per gente sola e frustrata, come alcune dichiarazioni recentemente attribuite alla psicologa Paola Vinciguerra farebbero pensare? Cosa dicono davvero le ricerche empiriche effettuate finora sugli utilizzatori di social network? Sui loro siti Giulietta Capacchione e Stefano Bussolon provano a ridimensionare i luoghi comuni relativi a questo nuovo strumento di rete. Proviamo a capirne un po’ di più. Senza la pretesa di parlare a nome di tutti gli psicologi e di tutti gli… specialisti di usabilità!

Ha generato un certo dibattito l’incauta dichiarazione rilasciata ad AdnKronos dalla psicologa Paola Vinciguerra a proposito del “profilo tipico” dell’utente di Facebook, uno dei social network più diffusi. La Vinciguerra ha dichiarato in sostanza che Facebook

“ultimamente ha contagiato in particolare la fascia tra i 30 e i 40 anni, e non a caso: questo mondo virtuale è infatti vissuto come un antidoto al senso di vuoto e alla solitudine, che in questa fase della vita, fitta di bilanci, contagia anche i cosiddetti vincenti.”

In definitiva:

 “L’enorme sviluppo di Facebook è anche spia di un grosso problema di solitudine … Si è disperatamente in cerca di una realtà diversa, anche sentimentalmente, così si altera la verità.”

La conclusione - rinforzata anche dal parere dello psichiatra Tonino Cantelmi - che alcuni hanno tratto è che, insomma, su Facebook ci sarebbero soprattutto persone sole, infelici, non più giovanissime, che aspirino a farsi pubblicità e a cercare nuove conquiste. Un profilo piuttosto poco lusinghiero.

Psicologo che vai, metodo che trovi

Va detto che Vinciguerra e Cantelmi si occupano di disturbi d'ansia e di tecnodipendenze, dunque, probabilmente, se riferito alla minoranza di utenti che si trovano a vivere problemi con la tecnologia (tra il 5 e il 13 percento dei naviganti, secondo quanto riportato in quest'intervista audio di Antonio Sofi a Giulietta Capacchione), le loro dichiarazioni trovano un significato più preciso. Il problema è che l'articolo invece generalizzava, estendendo implicitamente la portata delle osservazioni.

Per questa ragione Stefano Bussolon e la medesima Giulietta Capacchione, entrambi colleghi psicologi (come peraltro la Vinciguerra), contestano il metodo e il merito delle dichiarazioni della Vinciguerra. Prima di tutto perché, se intese come descrizioni dell'utente tipico, sarebbero espresse senza dati a supporto (né da ricerche scientifiche, né da esperienze dirette, dato che un profilo della Vinciguerra su Facebook non risulterebbe). E poi perché una rapidissima analisi di una reperibilissima letteratura del settore dimostrerebbe ben altro.

In particolare, Bussolon cita alcune ricerche internazionali da cui risulterebbe che:

  1. L’unico tratto di personalità (del modello Big Five) che si correla con la presenza su Facebook è l’estroversione. Gli introversi vanno meno su Facebook, gli estroversi di più.
  2. Fra coloro che ci vanno, quelli che tendono ad avere più amici tendono anche ad avere un più alto livello di neuroticismo
  3. Gli studenti universitari usano FB soprattutto per mantenere relazioni che già hanno, piuttosto che per trovare nuove relazioni, con una leggera eccezione per le matricole
  4. Gli studenti con bassa autostima e senso di soddisfazione personale possono trarre maggior giovamento dall’uso dei social network per migliorare il capitale sociale
  5. L’appartenenza a gruppi – all’interno del social network – di impegno politico o sociale si correla con un’effettiva maggior attività del medesimo tipo fuori dalla rete

I limiti delle ricerche

Bisogna naturalmente ricordare che queste conclusioni non è detto si applichino all’Italia, e che comunque si riferiscono in particolare alla popolazione universitaria, perciò non è detto siano confermate con popolazioni differenti.

L’obiezione “geografica” va tenuta ben presente, perché, come questa semplice analisi di Fabio Giglietto dimostra, diversi social network sembrano conoscere diffusione differente a seconda dei Paesi. Sebbene non sia chiara la ragione, è possibile vi siano variabili culturali e sociali specifiche del Paese a favorire l’adozione dell'uno o dell’altro strumento. Naturalmente anche la differente strategia di promozione gioca un ruolo importante e tutto da valutare.

L’obiezione “universitaria” invece tiene conto del fatto che il periodo universitario è, nella vita di una persona, un periodo di grandi cambiamenti, speranze e nuove relazioni. Se vi è - come sembra dalle ricerche citate e contrariamente a quanto suggerito dalle dichiarazioni della Vinciguerra - una correlazione fra la vita reale e l’uso dei social network è ragionevole ipotizzare che quest’uso cambi a seconda delle fasi e delle esigenze della vita. Certo però questi risultati non supportano le affermazioni secondo le quali i più delusi e soli userebbero Facebook per compensare le proprie difficoltà sociali, ma, anzi, suggeriscono che Facebook sia uno strumento per mantenere e gestire il proprio capitale sociale, in particolare usato proprio dai più estroversi. Non dai timidi, insomma.

Ha dunque torto la Vinciguerra? Mah, dipende. Quando dice che "ultimamente" Facebook in Italia è stata presa d'assalto dai 30-40enni potrebbe anche dire una verità, per quel che ne sappiamo. Quando asserisce che questo sarebbe legato ad "un grosso problema di solitudine", invece, pare difficile trovare reale supporto alla tesi: sembra piuttosto un luogo comune. Farne un tratto generale che spieghi il social network non ha più senso del dire che l'enorme uso dell'email testimonia un medesimo problema di solitudine. Certamente, però, mi associo all'obiezione di Giulietta Capacchione e Stefano Bussolon circa la non rappresentatività delle opinioni della Vinciguerra per la categoria degli "psicologi", stigmatizzando il modo in cui la stampa ama generalizzare per semplicità il punto di vista di un professionista come rappresentativo di un gruppo.

Ma perché si usano i social network?

Spiegare la ragione per la quale molte persone usano i social network (quando esistono già altri strumenti di rete, come i forum, i blog, i newsgroup) è ovviamente impossibile senza una ricerca empirica, ma qualche ipotesi la si può comunque fare. Perché iscriversi ad un nuovo servizio data la facilità con la quale si può partecipare alla vita di rete in molti altri modi? Probabilmente ciò che caratterizza i social network rispetto agli altri strumenti non è tanto o solo la facilità di pubblicare o di trovare persone, ma quella di escludere. La vera funzione inedita dei social network infatti è quella di consentire di definire chi è nostro amico e rivolgersi solo a costoro. Non a tutti: tagliando così chi non si vuole partecipi alle nostre riflessioni o alle nostre attività in rete.

Uno dei problemi delle tradizionali forme di presenza online, infatti, è che sono generaliste. Un sito, un forum, sono visibili da chiunque. In alcune situazioni (o per alcune persone) questo non è desiderabile.

La forma di presenza online più simile ai social network è dunque probabilmente la mailing list: un luogo dove si parla con persone selezionate, non sempre in maniera pubblica. Gestire una mailing list non è triviale per chi non sia tecnologicamente avveduto. Inoltre le mailing list esistenti sono poco personali e poco personalizzabili: quando sono gestite da qualcun altro i membri non sono alla pari. I social network sembrano dunque aver fornito uno strumento di gestione e selezione dei contatti sulla base di affinità specifiche più semplice da usare e più ricco di una mailing list. Soprattutto fornendo uno strumento centrato sull’utente, dato che il punto di partenza dell'attività è il "profilo" che ogni partecipante si gestisce. Ognuno può decidere i propri contatti, comunicare solo con loro anziché con tutto il mondo. Ed essere trovato e contattato da persone interessate (cosa che con le tradizionali mailing list è meno probabile, dato che aumentano la visibilità del gestore, non dei partecipanti).

In una parola: il social network è uno strumento centrato sul partecipante che consente di gestire particolari tipi di relazioni significative decidendo chi escludere. Se serve a questo, è abbastanza ovvio che esso non sostituirà i blog pubblici, i wiki, i forum, e nemmeno le mailing list o i newsgroup. Si tratta di un tipo di strumento che serve semplicemente a cose diverse e che andrà a convivere con l'arsenale di strumenti di cui già ci gioviamo.

Sarà il tempo a dire se queste riflessioni rappresentano qualcosa di più di una mia ipotesi. In ogni caso è bene ricordare che non parlo a nome né degli psicologi né degli specialisti di usabilità: dati i tempi è già un bel punto di partenza.

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