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luglio 2005:

29 luglio 2005

Migliorare la formula di contrasto dei colori

Segnaliamo un'iniziativa di Sofia Postai (da noi e da molti altri supportata) per trovare una formula migliore di quella attualmente indicata dalla legge Stanca per definire il contrasto fra i colori di primo piano e di sfondo. Contrasto Colori raccoglie alcune considerazioni sul perché questa formula non va bene (ne avevamo parlato anche qui) e su come sarebbe meglio cambiarla. Per raccogliere il maggior numero di contributi possibile è attiva anche la versione in inglese. ¤

1 luglio 2005

Validità, accessibilità, e legge di Postel

Il problema del rapporto fra accessibilità e codice valido sembra essere molto sentito all'interno del gruppo di lavoro del W3C che sta discutendo la nuova versione delle linee guida sull'accessibilità dei contenuti. La validità dovrebbe essere una priorità 1 (indispensabile) o solo una priorità 2? Nel dubbio, la nuova bozza sospende il giudizio e rimanda alla discussione in corso.

Il Wasp fa una bella panoramica sulle posizioni in campo, riconoscendo che entrambe sollevano problemi importanti. Da una parte, non inserire la validità come prerequisito, potrebbe essere letto come un'autorizzazione a violare le specifiche del codice. Dall'altra, siccome i browser attuali non hanno alcuna difficoltà a interpretare comunque i codici errati (almeno entro un certo limite), e i sistemi di gestione del contenuto sono ancora inadeguati a garantire pagine valide, inserire la validità come prerequisito potrebbe portare ad una sostanziale inapplicabilità delle wcag.

Il problema a mio avviso è però più sottile: è vero che alcuni problemi di validità compromettono l'accessibilità, ma è anche vero che molti altri non hanno alcun impatto sull'accessibilità dei siti. Dunque inserire la validità come prerequisito dell'accessibilità (come fa la legge Stanca) porterebbe di fatto a identificare quelli che Matt May chiama "errori del terzo tipo": segnalare il problema sbagliato. Pensate ad un paragrafo non chiuso o ad un attributo obsoleto rimasto nel codice.

La legge Stanca fa della validità addirittura il primo requisito (invece di pensare agli equivalenti testuali dei contenuti non testuali, molto più importanti). Questo allo stato attuale vuole dire una cosa sola: obbligare molti enti pubblici a cambiare CMS, rivolgendosi sul mercato a quei pochi (e magari non adeguati sotto altri punti di vista) che producono codice valido. Crediamo che gli investimenti in accessibilità dovrebbero privilegiare almeno inizialmente altri aspetti, che non un cambio immediato di CMS.

Al legislatore italiano non dovrebbe sfuggire un commento di Matt May, riportato dal Wasp:

siccome le WCAG sono spesso usate come testo base per le legislazioni nazionali, richiedere la validità trasformerebbe in criminali chiunque si dimenticasse di un </p> o lasciasse un vecchio topmargin su qualche documento. Questo è un errore del terzo tipo: identificare il problema sbagliato. Matt (May, ndr.) si schiera contro le legislazioni che non tengono conto della realtà effettivamente praticabile

Il problema è probabilmente di portata più ampia, e riguarda in generale cosa dovrebbe essere la tecnologia in rapporto all'uomo. Come alcuni sanno, infatti, i programmi utente come i browser, che interpretano HTML, sono istruiti per tentare di correggere gli errori del codice, in modo da rendere comunque qualche risultato agli utenti. Secondo alcuni, questo genera un effetto perverso, consentendo pagine non valide. XML invece nelle specifiche prescrive che in presenza di un errore di mal formazione del codice, il programma smetta di interpretare la pagina. Questo rende molto più facile progettare i browser. Ma è giusto che all'utente non venga restituito alcun risultato, qualunque sia il tenore degli errori di codice? Un programma a misura d'uomo non dovrebbe invece farsi carico degli errori, provando almeno a correggerli, in maniera da non creare disagio al lettore? In fondo anche Google, quando sbagliamo l'ortografia della ricerca, lo intuisce e ci viene incontro, dandoci un suggerimento per correggerci.

Il problema è tutt'altro che marginale, ed è stato in realtà già risolto dalla ben nota legge di Postel sull'interoperabilità dei dati. Comparsa per la prima volta nella specifica RFC 971 sul protocollo TCP del programma DARPA (uno degli antenati di internet, quando il progetto ARPA era passato temporaneamente al dipartimento per la Difesa, prima di venire definitivamente smantellato), la legge di Postel dice:

be conservative in what you do, be liberal in what you accept from others

Ovvero, più o meno: sii conservativo in quello che fai, sii tollerante in quello che accetti dagli altri.

Che significa sul piano dei linguaggi e dei protocolli? Che un programma dovrebbe emettere solo dati rigorosi, aderenti alle specifiche, ma essere in grado di accettare anche dati non rigorosi, riuscendo comunque a interpretarli nel modo migliore (cioè provando a correggere gli errori). Questo è un principio generale della robustezza, che, se seguito, massimizza l'interoperabilità fra i dati.

Che ha a che fare questo con la validità? Be', è chiaro. Secondo questo principio, i browser fanno bene (e dovrebbero continuare a farlo) a tentare di interpretare anche i codici non validi. Mentre gli strumenti per la creazione di pagine dovrebbero produrre codici validi. Al momento, la prima parte è rispettata, la seconda no, perché gli strumenti per la gestione dei siti non sono ottimizzati per la creazione di pagine valide. Ma grazie alla tolleranza dei browser, internet ha potuto evolversi: una dimostrazione dell'efficacia della legge di Postel, quando anche solo una delle sue parti viene rispettata.

Ora XML, inserendo nelle proprie specifiche il precetto ai programmi utente di non interpretare le pagine se non sono perfettamente valide, viola esplicitamente la legge di Postel. In assenza del rispetto dell'altra parte, cioè in assenza di programmi autore che producano solo pagine valide, questo porta ad un web per nulla interoperabile e sicuramente meno robusto, visto che qualunque errore di codice, anche il più banale, blocca di fatto l'accesso ai dati. Altro che accessibilità per tutti: questa è accessibilità per nessuno, al minimo errore di codice.

La strada da seguire è invece quella indicata da Postel: incoraggiare lo sviluppo di programmi autore che si facciano carico di produrre pagine valide: e siamo solo all'inizio del percorso (i blog tool dimostrano però che è possibile, producendo quasi tutti, ultimamente, pagine valide indipendentemente dalle competenze dello scrittore). E contemporaneamente, i browser devono continuare a implementare algoritmi di correzione: non è per fare il lavoro sporco che abbiamo inventato le macchine?

La validità, dunque, benché vada indicata come obiettivo, non deve essere un prerequisito di legge che trasformi gli autori in delinquenti: il risultato sarebbe di paralizzare il web. Molto più sensato invece fare pressione sui produttori di CMS, scaricando su di essi l'obbligo della validità (in fondo, fa parte del loro mestiere). Dunque, nella legge Stanca, il requisito non dovrebbe essere quello della produzione valida ad ogni costo, data l'incerta situazione attuale, ma dell'acquisto in futuro di soli strumenti che producano codice valido. In sostanza, bisognerebbe intervenire sui produttori, dando un ragionevole tempo di adeguamento, un po' come si fece per il passaggio alla benzina verde. Da una certa data in poi non si potevano più acquistare macchine senza marmitta catalitica? Allo stesso modo, da una certa data non si potranno più acquistare CMS che non producono codice valido. Però è necessario che i produttori lo sappiano con chiarezza e con un ragionevole anticipo, e lo facciano. Alcuni stanno iniziando.

Solo questa è la strada, non vessatoria e adeguatamente diluita nel tempo, per rispettare la legge di Postel senza penalizzare al contempo la pubblicazione dei contenuti e l'usabilità del web. Allo stato attuale, infatti, l'unica maniera per chi non ha un CMS adeguato di rispettare la legge Stanca sarebbe quella di cambiarlo, o, se non possibile, di non pubblicare nulla. Un immobilismo che non giova né ai disabili, né ai non disabili.

E contemporaneamente, un ipotetico passaggio a browser basati su XML (cioè senza correzione degli errori), sarebbe una iattura per l'accessibilità dei contenuti presenti e futuri che speriamo non si verifichi mai. E' noto infatti che se un errore è possibile, prima o poi, per un motivo o per l'altro, si verificherà. Una tolleranza al 0% non esiste infatti in nessun campo industriale, com'è ovvio. Dunque è tanto più pernicioso sia avere browser che non accomodino queste (si spera rare) situazioni, sia avere una legge che le punisca come veri e propri reati. ¤

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