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Dic 02:

15 dicembre 2002

Errori e correzioni

Gli errori sono sempre in agguato, soprattutto se siete nell'impossibilità di correggerli. Così, quale occasione migliore per sbagliare l'attributo href di un link in home page di una lunga trasferta lavorativa nella capitale, lontani per 8 giorni da computer ed e-mail? Nella news che precede, "Restyling d'autunno", il link alla pagina del W3C era in realtà alla home di Virgilio. Il link esatto (ora corretto) è ovviamente http://www.w3c.org, o anche http://w3.org. Ne approfittiamo per segnalare una pagina-tutorial che spiega come è stato realizzato il design del W3C con i soli CSS. Un grazie a coloro che ci hanno gentilmente segnalato l'errore!...

Tanto per restare in argomento, segnaliamo che l'articolo di Patrizia Bertini sui banner accessibili, segnalato il 4 dicembre, non è più presente sul sito webaccessibile.org, per "cause di forza maggiore". Chi lo ha letto può dunque considerarsi un privilegiato, come i possessori del mitico Gronchi rosa... Ringraziamo Roberto Scano che ci segnala la rimozione. ¤

05 dicembre 2002

Restyling d'autunno

Autunno, le foglie cadono e i siti si rifanno il trucco. Dopo Usabile, che ci ha pensato ad ottobre, raffica di redesign per siti "storici": Punto informatico, Virgilio e nientemeno che il sito del W3C hanno aggiornato il look&feel, ovvero la grafica, con qualche non trascurabile modifica anche al layout, ovvero alla gabbia di impaginazione. Questi design sono sempre migliorativi?

Antonio Cavedoni nel suo blog espone le sue perplessità sul nuovo Punto Informatico: condividiamo le sue osservazioni.

Su Virgilio, molto si discute nelle liste in questi giorni. La nostra rapida opinione, senza conoscere i motivi delle scelte e i vincoli del progetto, è che i testi siano troppo piccoli e ci sia poco spazio bianco (frutto della scelta di riempire di link ogni angolo della home page). La cosa più curiosa è che il codice dei colori della home è leggermente diverso da quello delle pagine interne. Più tenue, leggero, ma anche meno facilitante: non aiuta la segmentazione visiva delle sezioni della pagina. Il beige molto leggero si confonde con il bianco nel menu di navigazione. Non è un problema grave, ma pare tutt'altro che inevitabile, visto che le pagine interne usano il colore in maniera più netta, e più efficace. Poca attenzione anche alla coerenza con cui sono indicati i link e con cui sono usati i meccanismi di navigazione man mano che ci si muove nel sito.

Il sito del W3C lascia tutto abbastanza invariato, ma restringe la colonna centrale, dedicata alle news, che avrebbe invece bisogno di più spazio, e usa colori non proprio intonatissimi, ma de gustibus...

Il look&feel ha sempre un impatto sull'usabilità complessiva, e contribuisce non poco a creare un senso di piacevolezza e in generale di sintonia emotiva con il sito. Sebbene siano altri i motivi per cui gli utenti visitano il sito, curare la comunicazione è sempre una buona mossa. Le modifiche dovrebbero non peggiorare la situazione pre-esistente, aggiornando il sito ai gusti attuali. Non sempre questo si verifica.

I redesign sono spesso l'occasione per un salto in avanti. Sul piano dell'usabilità e della tecnologia, magari con l'abbandono delle tabelle in funzione dei fogli di stile, o con il passaggo ad un markup valido e accessibile. Il sito del w3c l'ha fatto, almeno in home page, mentre i siti commerciali come Virgilio e Punto Informatico no. Ma chi trae maggiori vantaggi dall'accessibilità? Siti di settore visitati per lo più da appassionati dotati delle ultime tecnologie, o siti generalisti che hanno interessi commerciali a non escludere nessuno? La risposta è paradossale, ma finora l'accessibilità interessa più ai siti che non ne hanno stretto bisogno, che a quelli che ce l'hanno.

E sull'usabilità dei nuovi design, qual è la vostra opinione? Fateci sapere! ¤

I banner accessibili

Patrizia Bertini propone su webaccessibile.org un interessante articolo sull'accessibilità dei banner (Aggiunta del 15/12/2002: l'articolo è stato purtroppo rimosso dal sito per cause di forza maggiore). Argomento certo trascurato dai pubblicitari, a dispetto della sua relativa semplicità. Iniziare a lavorare anche sulla traduzione verbale dei propri messaggi pubblicitari può aiutare ad avvicinarsi a forme piuttosto interessanti di advertising che stanno emergendo con successo su siti come Google. L'articolo della Bertini si ispira fra l'altro (guarda caso) all'ottimo libro di Joe Clark cui abbiamo già accennato, e si chiude con l'analisi di tre esempi di banner. Si tratta di accorgimenti semplici: perché non curarli anche nei vostri banner? Consideratelo un addendum al nostro articolo sull'efficacia dei banner! ¤

02 dicembre 2002

Il medico indovino

Immaginate di andare dal medico e di chiedergli a bruciapelo: "Dottore, vado bene così?".
Se il medico vi lancia una rapida occhiata da sotto gli occhiali e risponde: "No, lei ha una carenza di potassio, perciò si sente così giù. Le prescrivo subito un farmaco...", be', i casi sono due: o è un indovino, o tira a indovinare. E le due cose non sono equivalenti.
Come può sapere come state se non vi ha visitato? Se non ha parlato con voi e non vi ha chiesto come vi sentite e quali disturbi accusate? Nessuno si sognerebbe di aspettarsi che un medico sia un indovino, né che tiri ad indovinare.

Quando si fa una diagnosi, di qualunque tipo, bisogna capire bene la situazione e l'oggetto che ci si trova davanti. Anche se si tratta di un sito. Bisogna chiedersi (e chiedere al cliente) un sacco di cose, spesso noiose e ignote (o non consapevoli) anche per il cliente. Bisogna provare il sito, visitarlo, capire l'utente-tipo e provare a mettersi nei suoi panni. Non basta certo dare un'occhiata e dire "Qui c'è un serio disturbo alla navigazione secondaria: le prescrivo subito un menu a tendina!".

Eppure un cliente che si rivolge ad uno specialista di usabilità, talvolta si aspetta che questi, a differenza del medico, sia un indovino. Costringendolo alle volte, per non deluderlo, a tirare ad indovinare. Ovviamente, se lo specialista è serio non tirerà ad indovinare, ma alla domanda "Come sta il mio sito?" risponderà nell'unico modo sensato in cui può rispondere: "Dipende". Dal che deriverà l'immediata impressione per il cliente che lo specialista non sia serio...

Il paradosso è tutt'altro che marginale, e non lo si può, una volta tanto, ascrivere al presunto provincialismo italiano: è ben sottolineato anche da George Olsen in un suo pezzo sull'ottimo sito Box and Arrows. Lo specialista di usabilità viene percepito come una specie di taumaturgo che impone le mani sul sito, che ha le risposte. Invece non è che un tecnico, che utilizza alcuni strumenti per identificare eventuali problemi del sito e aiutare a correggerli. Tali strumenti si chiamano di volta in volta analisi secondo linee-guida o euristiche, e soprattutto test con gli utenti. Si chiamano anche in molti altri modi, ma questi sono i più semplici ed efficaci, perciò si finisce per usare quasi sempre questi. Solo che l'applicazione di strumenti richiede un certo tempo, che non è molto, ma non è neanche nullo. E il sostegno di un certo costo: che non è molto, ma non è neanche nullo.
Olsen sostiene che la tendenza di alcuni consulenti a parlare per slogan e dogmi ("i link devono essere blu, sennò l'utente si confonde...") derivi proprio dal tentativo di offrire risposte semplici a domande complicate. Lo scopo è quello di dare al cliente ciò che il cliente si aspetta, perché in caso contrario non si fiderà del consulente.

Più o meno la stessa teoria di Fabrizio Comolli circa il dogmatismo di Nielsen: il mercato vuole risposte, non problemi, e Nielsen glieli dà, senza tanti discorsi. Il fenomeno è forse amplificato dal fatto che in ambito informatico i tecnici e i consulenti sono spesso professionisti che lavorano con il codice, dunque delle specie di "eletti" che sanno come parlare con le macchine. Ci si aspetta forse che anche il consulente di usabilità sia uno che ha un particolare dono: quello di parlare con le macchine e convincerle a comportarsi bene. O forse non è affatto così: è solo che si tollerano le soluzioni, anche semplificate, piuttosto che i problemi, anche semplici.

Come uscire da questa situazione un po' perversa? Non credo molto all'educazione del cliente (mentre credo un po' di più alla divulgazione, come quella che cerchiamo di fare su questo sito). Solitamente o il cliente è già ben educato, o non si riuscirà a fargli cambiare idea. Molto più importante per il consulente è capire quale tipo di cliente ha davanti, e capire quali risposte quel particolare cliente è in grado di accettare e quali no. Il che vi obbliga ad imparare ad essere un buon account-manager di voi stessi, prima ancora che un buon consulente. Non è il migliore dei mondi possibili: ma dopotutto anche trovare un buon medico, di questi tempi, non è così facile...

(disclaimer per i medici: era solo una battuta; dopotutto potrei dire che neanche i consulenti di usabilità, oggigiorno, sono forse questo granché...)

(disclaimer per i consulenti di usabilità: era solo una battuta anche questa...) ¤

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