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16/02/2009

Progettare la struttura dei siti: ampiezza o profondità?

[di Maurizio Boscarol]

La struttura ipertestuale di un sito è la forma che assumono i suoi collegamenti gerarchici a partire dalla home page. La struttura organizza il contenuto in più livelli, e può avere varie forme, varie ampiezze e profondità. Solitamente ad una certa struttura corrispondono dei menu che la rappresentano. Uno dei principali problemi progettuali è decidere la struttura ipertestuale e di navigazione migliore affiché gli utenti trovino facilmente ciò che cercano.

È dunque meglio avere menu di poche voci, ciascuna delle quali porta ad altre pagine con altri menu di poche voci, e così via, in molti passaggi (siti poco ampi, ma profondi), o è meglio avere molte voci nei menu fin da subito con un minor numero di passaggi (siti larghi e piatti)? Un esempio è nelle immagini qui sotto.

Immagine che rappresenta una struttura ad albero ampia e piatta, cioè poco profonda
Un esempio di struttura ampia e poco profonda: 11 pagine al primo livello, ognuna delle quali ha 5 pagine figlio.
Albero che rappresenta una struttura profonda
In questo secondo esempio vediamo la rappresentazione ad albero di una struttura profonda e stretta, con 3 pagine al primo livello, ognuna delle quali ha due pagine figlio, ognuna delle quali ha ancora due pagine figlio, ognuna delle quali ha altre due pagine figlio. Entrambe le immagini sono tratte dalla ricerca (sotto citata) di Bernard.

Privilegiare siti piatti

Le prime ricerche sulla struttura dei menu negli ipertesti risalgono agli anni 80, ben prima dell’avvento del web, e ottengono un risultato chiaro:

È meglio avere strutture ampie e poco profonde (cioè siti piatti, come nella prima delle figure qui sopra).

Con menu di molte voci e minor profondità gli utenti tendono a trovare più rapidamente ciò che cercano (Miller, 1981; Snowberry, Parkinson, & Sisson, 1983; Larson & Czerwinski, 1998; Norman, 1990). Però vi è un livello oltre il quale il numero di voci ad uno stesso livello deve essere contenuto, e la navigazione deve essere estesa in profondità. E’ difficile stabilire quale sia il limite massimo per le voci di un menu, ma, ad esempio, nel pionieristico lavoro di Miller, 64 voci su una stessa pagina portavano ad una performance peggiore rispetto alle condizioni intermedie che prevedevano due livelli di 8 voci ciascuna o 3 livelli di 4 voci ciascuna.

Sul web, dove la mole di pagine può essere molto alta e tende a crescere con il tempo, è necessario trovare dei compromessi, perché non è pensabile avere menu composti da decine di voci solo per mantenere il sito abbastanza “piatto” ed è dunque spesso necessario provvedere ad una articolazione in più livelli.

La struttura dei siti dipende dunque in maniera rilevante da come è costituito il suo contenuto e da come è possibile organizzarlo, tenendo anche conto dei seguenti aspetti:

  • un’adeguata qualità semantica delle etichette usate per i menu (devono essere sufficientemente precise – non ambigue – da essere correttamente scelte dagli utenti), di cui abbiamo accennato nell’articolo dedicato al profumo dell’informazione.
  • il tipo di compito eseguito dell’utente: non per tutti i tipi di compito la struttura migliore è la stessa.

L’influenza del tipo di compito

Già negli anni ’80 vi sono ricerche che evidenziano come l’organizzazione ottimale degli strumenti d’accesso ai nodi di un ipertesto fosse differente a seconda che lo scopo per l’utente fosse farsi un’idea generale di un contenuto organizzato come ipertesto, oppure trovare specifiche informazioni puntuali.

Recentemente Bernard ha condotto un’interessante ricerca dove ha comparato due tipi di compiti con 6 diverse strutture ipertestuali di circa 300 nodi ciascuna rappresentanti pagine in un sito di e-commerce. Le strutture andavano da un minimo di due livelli, articolati con un primo livello a 12 link e un secondo livello con 27 link (12 × 27), fino a strutture molto profonde, dove il primo livello consisteva di soli due link, seguito da un livello di 3 link, ancora da uno a 2, poi ancora a 3, ancora a 2 e ancora a 3 (2 × 3 × 2 × 3 × 2 × 3).

Ha osservato che se gli utenti ricevono istruzioni precise (esplicite) su cosa cercare (un orologio) sono in genere più rapidi che nel caso di ricerche basate su scenario o implicite (“devi fare un regalo ad un pilota che è sempre di fretta perché deve costantemente rispettare tabelle orarie precise”). Tuttavia le interazioni con le diverse strutture dei siti non erano significative: nessuna struttura era significativamente migliore o peggiore in relazione a solo un tipo di task.

Oltre la diatriba fra ampiezza e profondità: le forme delle strutture dei siti a confronto

La ricerca di Bernard si sofferma quindi sull’effetto che le 6 diverse strutture ipertestuali hanno su variabili come il tempo di ricerca e altre misure di efficienza, come il numero di deviazioni dal percorso ideale e il numero di ricorsi al tasto “back” del browser.

Con strutture più ampie e piatte (due e tre livelli, cioè 12 × 27 e 11 × 5 × 5) gli utenti commettono significativamente meno deviazioni e compiono navigazioni significativamente più veloci rispetto a quasi tutte le condizioni con un numero maggiore di livelli, in ciò confermando i principali risultati delle ricerche nel settore. La sorpresa sta nel “quasi”: infatti le due strutture più piatte non portano a risultati significativamente migliori di una struttura a 4 livelli, la 6 × 2 × 2 × 12, che ottiene risultati paragonabili.

Ma c‘è un altra scoperta notevole: una delle strutture a 4 livelli, la 4 × 4 × 4 × 4 è risultata meno efficiente non solo di un’altra struttura a 4 livelli, la 6 × 2 × 2 × 12, ma anche di una struttura più profonda, come la 3 × 2 × 2 × 2 × 12!

Ciò che Bernard conclude è che la profondità è almeno altrettanto importante della forma della struttura. Il risultato sperimentale sembra cioè suggerire che, almeno sopra i 2 o 3 livelli di profondità, le strutture convesse siano da preferire a strutture relativamente costanti. Cioè, strutture con un alto numero di link ai primi e agli ultimi livelli, e un minor numero di link (di scelte possibili) ai livelli intermedi sono da preferire a strutture con un costante numero di link su tutti i livelli. Analoga conclusione era stata ottenuta da una ricerca di Norman e Chin, 1988, ma solo per i compiti impliciti (basati su scenario).

La spiegazione offerta per questi risultati è abbastanza intuitiva e congruente con la teoria del “profumo dell’informazione”: offrire all’inizio della navigazione un maggior numero di indizi semantici che rappresentino il contenuto dei livelli successivi aiuta a scegliere la strada giusta. Al livello finale, avere un elevato numero di link aiuta a ridurre l’incertezza della scelta proprio dove è più importante scegliere il contenuto corretto.

Viceversa, ai livelli intermedi avere troppe possibilità di scelta, in un momento in cui la precisione semantica è necessariamente intermedia, aumenta le probabilità di scegliere la strada sbagliata. Potremmo dire che “distrae”.

Oltre l’efficienza

Zaphiris ha pubblicato una ricerca che prende in considerazione anche la percezione di difficoltà, oltre che i tempi di esecuzione, per 5 diverse strutture ipertestuali, e ha notato che non necessariamente le strutture più efficienti sono le preferite. In particolare, sembrano preferite le strutture che lui chiama eterogenee, cioè con maggior diversità: prima pagina con 4 link e seconda pagina con 16, o prima con 16 e seconda con 4, rispetto a strutture dove i livelli successivi avevano un numero di link uniforme. Il suo studio è congruente con quello di Bernard, anche se il tipo di strutture utilizzato da Zaphiris non lo porta a concludere che sono preferibili le strutture convesse, soprattutto perché… lui non utilizza strutture convesse: quelle che chiama eterogenee sono composte da soli due livelli, troppo pochi per la convessità.

Tuttavia viene scoperto che anche a livello di preferenze le strutture omogenee (o costanti, come le chiama Bernard) sono poco gradite, oltre che poco efficienti. Il giudizio soggettivo conferma indirettamente le spiegazioni “psicologiche” tentate sopra delle ragioni di queste prestazioni.

Alcune conclusioni

Le ricerche più recenti sembrano confermare l’idea che, in generale:

  • per i siti basati sul contenuto strutture ampie e poco profonde siano preferibili a strutture strette e profonde
  • per siti la cui articolazione dell’informazione è complessa e necessita di un numero maggiore di livelli, è importante usare strutture convesse, con un maggior numero di link all’inizio e alla fine del percorso
  • l’efficienza non è tutto, perché le preferenze degli utenti non sempre coincidono con le metriche di efficienza: in casi controversi è particolarmente importante verificare le scelte con campioni di utenti
  • appare comunque assodato che vanno evitate strutture omogenee o costanti.

Rapporti con l’architettura dell’informazione

Ricordiamo che la struttura di un sito non è la sua architettura dell’informazione: è la struttura dell’albero ipertestuale principale. L’architettura dell’informazione va oltre, stabilendo vari tipi di relazioni fra i dati, non solo quella gerarchica. Fra nodi dell’albero possono in altre parole esistere molti modi per accorciare le distanze e saltare di sottoramo in sottoramo, basati sulla correlazione delle informazioni secondo chiavi diverse (o secondo faccette che enfatizzino una descrizione diversa del contenuto rispetto a quella dell’albero gerarchico).

Tuttavia, anche adottando classificazioni multiple delle informazioni, è bene che la struttura gerarchica principale di un sito (ma anche quella eventuale delle faccette o di altri criteri adottati) tenga conto dei risultati qui esposti ogni qual volta sia prevista una navigazione dell’utente attraverso menu successivi, e si preferisca una strutturazione dei menu e delle voci che sia, oltre che semanticamente significativa per gli utenti, ampia soprattutto all’inizio e alla fine del percorso di navigazione. Meglio invece se i livelli intermedi vengono eliminati: ma se non possono venir eliminati, è senza dubbio preferibile che a quei livelli venga ridotto il numero delle scelte disponibili, per evitare di portare fuori strada gli utenti.

Bibliografia

Kiger, J. I. (1984). The depth/breadth tradeoff in the design of menu-driven interfaces. International Journal of Man-Machine Studies, 20, 201-213.

Larson, K. & Czerwinski, M. (1998). Web page design: Implications of memory, structure and scent from information retrieval (Pdf, 1MB circa). Proceedings of the Association for Computing Machinery’s CHI ’98, 18-23.

Miller, D.P. (1981) The Depth/Breadth Tradeoff in Hierarchical Computer Menus, Proc. HFES 25th Annual Meeting, 296-300

Norman, K., L. (1990). The psychology of menu selection: Designing cognitive control of the human/computer interface. Norwood, NJ: Ablex Publishing co.

Norman, K., L. & Chin, J. P. (1988). The effect of tree structure on search performance in a hierarchical menu selection system. Behaviour and Information Technology, 7, 51-65.

Snowberry, K., Parkinson, S., & Sisson, N. (1983). Computer display menus. Ergonomics, 26, 699-712.

Zaphiris, P. (2000). Depth Vs Breadth in the Arrangement of Web Links, Proceedings of the 44th Annual Meeting of the Human Factors and Ergonomics Society, 139-144 (disponibile anche su Scribd).

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