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29/06/2002

Usabilità e creatività

[di Maurizio Boscarol]

Il dibattito sull'usabilità negli ultimi mesi si è spesso soffermato sul tema 'Usabilità e Creatività'. In Italia il sasso è stato lanciato da Franco "Bifo" Berardi sul forum di Mediamente.it, e il thread (la conversazione che ne è conseguita) ha dato vita addirittura ad un e-book scaricabile sullo stesso sito ma leggibile solo con un software Microsoft...

Il sasso di Berardi metteva sostanzialmente in guardia sulla possibilità che l'usabilità portasse ad un'omologazione delle pagine web, orientate al solo profitto, tagliando fuori possibilità polisemantiche, estetiche ambiguità e ricchezze comunicative non previste dai rigidi dettami dell'usabilità nielseniana.

In seguito la discussione ha preso vita su varie liste di discussione, e perfino qualche convegno è stato organizzato sul tema. Ho avuto il piacere di partecipare ad uno di questi, alla presenza fra gli altri dello stesso Bifo Berardi, che dal vivo ha notevolmente chiarito il suo timore. Bifo teme che il seguire percorsi preconfezionati (le presunte regolette dell'usabilità) porti il web a un impoverimento dell'esperienza dell'utente. Di più: Bifo nega che sia corretto utilizzare il termine utente e che il sito web si possa ridurre allo stato di servizio, per quanto sui generis lo si voglia considerare.

Il web secondo Bifo è un ambiente, nel quale si vive a tutti gli effetti, e all'interno del quale l'esperienza non deve essere in nessun modo omologata. Il suo punto di vista denota la matrice di critica sociale già ben evidente nei suoi ottimi libri e articoli, e in generale nel suo pensiero.

Un tema politico

In altre occasioni, il tema non è stato a mio parere colto nel pieno delle sue implicazioni, anche politiche. Perché di un tema politico, infine, si tratta. Non si tratta, infatti, di definire in quale ambito categoriale vogliamo inserire il sito web: se sia un servizio, un ambiente, un luogo dell'esperienza, un semplice artefatto funzionale. Il web può essere e diventare tutto questo e anche altro, per ora non lo sappiamo. E' vero che nel web vi è un potenziale di 'liberazione sociale', perché consente a chi non ha voce di esprimersi (anche se molto rimane da dire sul come queste voci possano alla fine trovare un uditore...). Ma tutto ciò non ci dice nulla su un'altra questione: il web, come qualunque oggetto, artefatto, ambiente che forma la nostra realtà, è necessariamente un luogo che veicola senso. Significati, punti di vista.

Questo accade sempre e comunque: sia che il web sia mero strumento funzionale, sia che sia luogo di accadimento estetico, o di creazione dell'esperienza dell'utente. Il punto è che qualunque pagina web non può esimersi dal comunicare 'cose': significati, implicazioni estetiche, contenuti, propensioni d'uso, punti di vista. Ed è pertanto artificiosa ogni considerazione che miri a separare nell'oggetto sito un aspetto puramente funzionale da uno puramente estetico, o anche solo formale.

Pensiamo alle pagine meno estetiche e creative che troviamo in rete: quelle del sito di Nielsen, www.useit.com. Ebbene, possiamo dire che queste pagine, spogliate dalle implicazioni estetiche, o meglio, da una volontà estetica apparente, siano pura funzione? Siano puro strumento? Nielsen lo pretenderebbe, forse. Ma non è così. Non può essere così.

Quelle stesse pagine ci parlano anche di altro. Ci dicono che l'autore non ritiene importante l'abbellimento (anche se, a prima vista non ci dicono nulla sul perché l'autore non lo ritiene importante), che la sua idea di mondo web (e la sua idea di navigatore web implicito, di conseguenza) è quella di un raggruppamento di testi brevi e linkati, suddivisi in due aree, che sono di dimensione uguale ma di priorità diversa: quella gialla, che sta a sinistra, è la più importante perché assume culturalmente (e dunque convenzionalmente) il significato di punto di partenza della pagina, mentre quella di destra racchiude informazioni la cui importanza non è molto, ma solo un po' subordinata alle altre. Non ci dice molto sulla categoria di informazioni che sta in quest'area: per capirlo ci si aspetta che scorriamo le parole. Il sito ci dice che nella visione di Nielsen non è molto importante il lato estetico, ma non che la forma non esiste.

Forma e funzione non sono separati

Allo stesso modo, qualunque sito rivela in sè implicazioni che riguardano la forma, da un lato, e la pura estetica, dall'altro. Non si tratta tanto, come si dice a volte, di conciliare forma e funzione: è la stessa dialettica fra forma e funzione che non rende il problema. Su web possiamo chiaramente definire un aspetto funzionale pratico (navigazione, ricerca di info, procedure diverse, fra cui quelle di acquisto), ma non dobbiamo dimenticare che, trattandosi di un mezzo basato sul contenuto, anche quest'ultimo ha una funzione. Veicolare concetti, ad esempio, che sono ben staccati dalla funzionalità strumentale. Dunque la comunicazione di concetti non operativi è una parte ineliminabile del sito web, addirittura connaturata ad esso (a differenza, che so, di un martello, che è quasi solo strumento operativo, e per il quale implicazioni estetiche o considerazioni formali sono per lo meno estranee alla sua natura, superflue, benché possibili).

Ridurre il web a mero utensile che rende disponibili contenuti non sposta il problema: il web veicola significati, e parte di questi significati non possono essere ridotti al concetto di uso. E dunque - ha ragione Bifo - a quello di utente.

Più produttivo dovrebbe essere chiedersi quale ruolo abbia una certa cura della forma e dell'estetica in diversi siti, e andare a risalire ai significati, impliciti ed espliciti, consapevoli o no, che veicolano. Il web è comunque un modo per formare esperienza, lo è in ogni caso. Decidere consapevolmente come tentare di influire su questo modo dipende da noi, dal progettista. Un sito che, nell'ansia di concentrarsi su una comunicazione suggestiva e seduttiva oscurasse le possibilità (delimitate da vincoli tencologici e cognitivi) di mettersi in relazione d'uso con un ipotetico navigatore, avrebbe fallito parte dei suoi obiettivi. Ma del resto, è legittimo che un sito occulti se stesso e parte delle sue potenzialità, se questa è l'intenzione (motivata da ragioni che rifiutano la funzionalità come logica di relazione, ad esempio, e che non si aspettano risultati funzionali dal sito...).

Ne consegue che non c'è usabilità che si possa occupare solo di aspetti meramente funzionali, operativi: essa sarebbe un'usabilità monca, priva di 'sensibilità' strumentale, di capacità di incidere a fondo sul progetto, sul prodotto, sulla relazione d'uso. Più sensato porsi il problema della relazione fra aspetti orientati all'uso funzionale e quelli orientati alla veicolazione di sensi altri. E' da notare che lo stesso Nielsen, in merito, compie in maniera silente la stessa operazione: quando parla di regole per la stesura del contenuto, per esempio; ma anche quando parla di semplici tagline (ovvero il breve slogan che accompagna il logo su alcuni siti, di solito composto da una semplice frase) teorizza un certo modo di veicolare un'informazione e lo riconduce implicitamente alla necessità di limitarlo all'aspetto funzionale o di privilegiare una sintetica chiarezza rispetto alla suggestione di uno slogan che incuriosisce, che può creare una tensione, ma non chiarisce.

In altre parole dire 'articoli e consulenza sull'usabilità web' ha un certo significato, mentre dire 'il web a misura d'uomo' ne ha un'altro. Nel primo caso, si descrive pianamente un'attività (ed è l'idea di comunicazione che ha Nielsen, in quanto facilitante per la comprensione di un concetto operativo: cercare articoli, chiedere consulenza); nel secondo caso si è meno informativi (si tratta di un sito che offre cosa?...) ma si stabilisce uno slogan, una meta ideale, suscettibile di venir modificata e ampliata man mano che l'utente utilizza, visita il sito. Nel primo caso, il potenziale informativo della tagline non è sostanzialmente modificabile dall'utente, che non deve fare un percorso di scoperta e di ulteriore costruzione di senso: è tutto già presente. Nel secondo caso, si esplicita una meta ideale, ma cosa questa significhi in pratica (praticate l'usabilità, conoscetela, e qui vi aiutiamo a farlo, perché significa avvicinare il web alle persone - e dunque si dà un attributo valoriale, quasi etico all'espressione) è chiaro solo dall'interazione successiva con il sito, che contribuisce in seguito alla costruzione di un significato che si definisce e arricchisce in itinere. Quale scelta è migliore? Bisognerebbe stabilire 'migliore rispetto a cosa', a quali parametri di giudizio. Ma scegliere l'uno o l'altro modo di presentare una comunicazione determina una scelta di campo i cui significati non sono esplicitamente dichiarati e i cui effetti non sono nemmeno univoci, ma che certamente ci sono.

Appare evidente allora che vi sono diversi modi di intendere l'usabilità, come ve ne sono diversi di intendere la comunicazione, e che l'usabilità è comunicazione.

Comunicare on-line non è come comunicare off-line

Ciò che l'usabilità sottolinea è che la comunicazione on-line non si può limitare alla replica delle stesse tecniche retoriche e persuasive dell'off-line, della pubblicità, dell'advertising, della retorica testuale, della propaganda. Perché diverso è non solo l'oggetto, ma il contesto d'uso. E invita a riflettere sui modi attraverso i quali la comunicazione veicola le possibilità d'uso (efficace, efficente) da un lato e quelli attraverso i quali determina la possibilità di costruzione di senso (cos'è il mondo, e cos'è il fruitore, essenzialmente) dall'altro. Questo senso dipende da un'infinità di fattori, che non sono scollegati da quelli puramente funzionali: non ne possono cioè prescindere.

Il dibattito fra usabilità e creatività pretende così di separare artatamente aspetti che all'interno della costruzione di senso che un essere cognitivo fa rispetto alla sua relazione con il mondo sono inscindibili.

Eppure vi sono tutt'ora molti (improvvisati) specialisti ed esperti di usabilità che sembrano non avvedersi di queste implicazioni, sembrano non volere tener conto di tutti questi fattori, e sembrano non porsi affatto il problema di quale ruolo comunicativo e quale relazione con il mondo un artefatto, qualunque artefatto, incorpora in sè. Cioè che idea implicita dà al suo visitatore della realtà, e della relazione che intende stabilire con lui (e dunque anche di lui stesso: del visitatore, cioè).

La progettazione di un sito deve consentire libertà all'utente o deve incanalarlo verso percorsi predefiniti? Attraverso quali tecniche è possibile (se è possibile) influenzare la costruzione di senso del navigatore? Quali gradi di libertà ineliminabili esso conserva? Sono tutti quesiti che nel web non possono essere delegati a teorie puramente linguistiche o retoriche, nè funzionali, ma che investono un'analisi del contesto e del contenuto molto più ampia. Il quadro formativo di molti sedicenti esperti di usabilità non sembra invece tenere in adeguato conto di tutte queste implicazioni, inscatolato in una modellizzazione implicita dell'utente e del mondo che le scienze cognitive portano inevitabilmente connaturata in sè, al punto talvolta di non renderla evidente, e dunque osservabile, e discutibile, e criticabile.

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